«A quale genere appartiene l’IA, Nadine Bienefeld?»

La psicologa (PhD) e docente PF di interazione uomo-IA su pregiudizi e opportunità: seconda parte della serie di interviste sui modelli che promuovono la parità di trattamento.

Non si tratta soltanto di strutture, ma anche di comportamenti. Molte donne dubitano di se stesse. A volte è necessario dimostrare di essere sicure di sé, soprattutto in ambito tecnico.
Nadine Bienefeld

Lei cosa direbbe se le dicessi che ho fatto scrivere queste domande a ChatGPT?

Efficiente gestione del tempo di lavoro. Ma mi aspetto da parte sua una riflessione critica.

Quanto è sessista l’IA? È considerata oggettiva, ma è vero che riproduce strutture patriarcali?

Per definizione non è oggettiva. L’IA si basa sui dati e li rispecchia, compresi i bias sociali. La discriminazione, e anche il sessismo, possono consolidarsi nel sistema. L’esempio degli algoritmi di candidatura ha dimostrato che, sulla base di dati storici, venivano riproposte strutture patriarcali e privilegiati i «white males», ossia i maschi di carnagione bianca. Io tuttavia vedo un’opportunità: se lavoriamo in modo trasparente, possiamo scoprire i bias e contrastarli in modo consapevole attraverso il fine tuning, e precisamente tutte le forme di disparità, non solo quelle relative al genere, il che è fondamentale soprattutto nell’IA medica. L’IA non è né buona né cattiva, ma malleabile.

Abbiamo dunque bisogno di un’IA femminista?

No. Sarebbe un’ennesima esclusiva. Noi abbiamo bisogno di un’IA equa per tutti.

È sufficiente coinvolgere più donne nello sviluppo dell’IA?

Non si tratta soltanto di strutture, ma anche di comportamenti. Molte donne dubitano di se stesse. A volte è necessario dimostrare di essere sicure di sé, soprattutto in ambito tecnico.

Le donne hanno spesso complessi di inferiorità in matematica e tecnologia...

Dipende dalle esperienze. Il mio insegnante di matematica una volta mi disse: «La biondina dell’Obvaldo ci capisce qualcosa?» Ottimi voti in statistica o persino un titolo da professoressa servono solo in parte a rimediare a una scarsa autostima.

Lei ha detto che l’IA rappresenta una grande opportunità, soprattutto per le donne.

L’IA può automatizzare le attività analitiche come lo sviluppo software. In questo modo le competenze umane come l’empatia diventano sempre più importanti perché non sono automatizzabili. Il lavoro di cura, ad esempio, tradizionalmente svolto da donne, può acquisire maggiore visibilità e riconoscimento.

A quale genere appartiene l’IA?

Noi abbiamo la pericolosa tendenza ad umanizzarla. L’IA non è né maschile né femminile, ma è semplicemente una tecnologia.

In che modo l’IA vi aiuta nella vita di tutti i giorni?

Nel privato per niente; per le questioni sentimentali, per cui le persone spesso la usano, non è assolutamente adatta. Sul piano professionale è ormai impensabile farne a meno.